Insegnante, scrittrice, poetessa, mamma, expat. Samantha Terrasi è più di una semplice donna: è un concentrato di forza, di emozioni, di passione, di sensibilità.

Trasferitasi a Germania, ha voluto qui raccontarci la sua esperienza di emigrata. E lo ha fatto come lo sa fare meglio: con una poetica travolgente.

Ti aspetto è il suo ultimo romanzo.

La mia esperienza in Germania di Samantha Terrasi

Mi sono innamorata del verde dei prati della Germania già dall’aereo.

Le distese di un colore brillante disseminate da casette dal tetto a punta. Campanili lunghi come aghi. Tutto sembrava come incantato.

L’aereo è atterrato e il Willkommen pronunciato dal capitano è suonato poco orecchiabile. Il tedesco non è così immediato. Giravo per strada cercando di orientarmi, dalle pubblicità cercavo di estrapolare nomi, espressioni ma niente. Girare con una guida o con un vocabolario mi lasciava lo stesso disorientata.

Era una semplice vacanza.

35 anni e un volo per Stoccarda. La lingua poco invitante e il freddo lasciarono il posto a torte fantastiche e strade ordinate. Le casette con le finestre disposte su ogni lato. Volevo vivere lì.

Da sempre Romana e per un po’ torinese d’adozione, l’Italia cominciava a starmi stretta. Il nazismo ha dipinto una Germania che non è solo quella dell’orrore. Visitando Berlino mi sono sentita tutto il peso di quella storia atroce sulle spalle e io sono Italiana.

Ma la Germania mi ha regalato una bella opportunità. Far nascere la mia quarta figlia a Dresda. Il papà di Sophia a quel tempo lavorava lì.

Sono arrivata ad Agosto e ho cercato una Hebamme. Per noi ostetrica. La trovai che parlava inglese e tedesco. Volevo assolutamente studiare meglio la lingua ma ancora alle prime armi non mi fidai subito del mio primo e rudimentale tedesco. C’erano ancora nomi che per leggerli avevano bisogno di prender fiato. Poi ci si abitua al dialetto, al parlare, alle vocali chiuse.

Ma all’inizio è tutto complicato.

Ho partorito al Diakoninkrankenhaus.

Mi sono rotte le acque alla mezzanotte dell’otto settembre.

L’ostetrica venne da me nel suo giorno libero per farmi il tracciato. Io ero spaventata ma lei nella sua dolcezza mi rassicurò.

Potevo aspettare.

Sono andata all’ospedale a piedi alle sei del mattino. L’ospedale era vicino alla casetta dal tetto spiovente che avevo a quel tempo. Per il nostro parto avevo scelto l’acqua. Poi mi era stato chiesto di scegliere musica, candele, luce. Insomma gentilezze non riservate a un parto italiano.

L’altra mia figlia era nata dieci anni prima, quindi un tempo non così lontano. Pensavo di essere in un posto meraviglioso e nonostante il dolore, Sophia è nata in terra tedesca da genitori italiani.

Ci hanno coccolato, monitorato. Ci hanno riservato una stanza a tre dove il papà ha potuto dormire con noi. Mi hanno fatto scegliere pranzo e cena come in un ristorante.

Alla dimissione mi dispiaceva lasciare quel luogo che tutto sembrava meno che un ospedale. Pazienti vestite e odore di cucinato e tisane per il corridoio.

Per questo i tedeschi hanno tanti figli.

berlino

L’allattamento andava a singhiozzi ma la mia ostetrica Claudia non mi ha mai lasciato sola.

Alla fine riuscivo a esprimermi in un tedesco rozzo ma quasi corretto. Grazie a lei che mi diceva Prova. I tedeschi non sono freddi anzi dei gran compagnoni. Si aggregano ai primi soli sui giardini disseminati per le città, lungo i fiumi. Spuntano con i loro cestini da pic-nic e giochi da fare all’aperto.

Dresda era così pace, bicilette e curry Wurst.

Il primo anno di Sophia ho fatto su e giù. A Dresda mancano le scuole italiane e non sapevo come trasferire gli altri tre figli (il grande era iscritto al Liceo, primo anno). Poi si è affacciata la possibilità di trasferirsi a Monaco. Città diversa dalla mia amata Dresda di cui ho ancora una cartolina gelosamente custodita.

La città era Augsburg, lontana da Monaco e da scuole italiane. I figli grandi crescevano ed erano sempre meno propensi a trasferirsi. Io non ho mai forzato questa loro volontà e ho continuato a viaggiare su e giù tra Roma e la Germania.

I voli con scalo per Dresda si sono tramutati in voli diretti per Monaco Flughafen.

Ho approfittato per girare e gustarmi oltre alla birra dell’Oktober Fest, i castelli di Ludwig e sognare ad occhi aperti nei grandi saloni pieni di cristalli e dipinti. Il sole della Baviera è forte quando c’è. Abito al mare ma la prima insolazione l’ho presa proprio in Baviera. Non c’è da andarne fieri, lo so.

Strano come si danno per scontate tante cose.

Augsburg era diversa da Dresda, ho faticato a ritrovare punti di contatto anche se il fiume non mancava e il verde neanche.

Il lavoro ad Augsburg è finito e ho salutato la Germania dall’aereo. Sono tornata a Roma per oltre due anni. Ho lavoro qui, ora. Non ho mai smesso di credere che ci fosse ancora un’opportunità per lavorare a Dresda.

Io sono insegnante ma di materie scientifiche. Mi piacerebbe molto inserirmi nel mondo della scuola tedesca, ma la strada è lastricata di certificazioni. Ma non mi spaventano.

Per fortuna è tornata nei nostri panorami Dresda. Fatta la registrazione. Ma le cose non sempre vanno come dovrebbero andare per cui siamo congelati ancora in un trasferimento provvisorio.

Ma non molliamo.

I verdi prati e il lungo Elbe ci hanno conquistati.

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