Immaginate di chiudere una vita intera in una valigia e ripartire da zero a quasi cinquant’anni. Passare dall’essere un imprenditore e un punto di riferimento per la propria comunità, a ricominciare dal basso in un Paese straniero, rimettendosi in gioco con un’umiltà disarmante.

Quello che state per leggere è il racconto di chi ha saputo trasformare le difficoltà personali e burocratiche in una missione collettiva, arrivando a sfidare le istituzioni per cambiare le regole e migliorare la vita di migliaia di connazionali. Una testimonianza che ci ricorda come, anche di fronte agli ostacoli più grandi, non sia mai troppo tardi per reinventarsi.
Ma lasciamo che sia il protagonista di questa storia a raccontarci tutto.

Maurizio Palese, il fondatore di Vivi Germania

Ciao Maurizio! Benvenuto e grazie mille per il tuo tempo.

Raccontaci un po’ della tua vita prima di trasferirti in Germania.

Sono nato a Torino e cresciuto a Taviano, un piccolo paese in provincia di Lecce. Prima di trasferirmi in Germania, a 46 anni, avevo costruito una mia attività sul web: una web TV locale che raccontava la vita del territorio. Non facevo il giornalista in senso stretto, ma documentavo eventi, iniziative culturali, dibattiti, presentazioni di libri, momenti della comunità e perfino la messa domenicale per chi non poteva partecipare. Mi è sempre piaciuto mettere a disposizione il mio tempo per creare connessioni e informazione utile.

Parallelamente vivevo in modo molto intenso il mondo del volontariato. Sono stato presidente di diverse associazioni – dai donatori di sangue alla Pro Loco, fino a gruppi sportivi come quello degli scacchi – e spesso venivo coinvolto perché si pensava potessi essere utile nell’organizzazione e nella gestione. Anche l’impegno politico, sempre vissuto da cittadino attivo e mai come ambizione personale, rientrava in questa stessa logica: cercare soluzioni concrete ai problemi delle persone.

La mia vita in Italia, fino alla partenza, è stata soprattutto questo: lavoro, comunità, servizi, impegno civile. Un percorso che poi mi ha naturalmente accompagnato anche dopo il trasferimento.

Cosa ti ha spinto a trasferirti in Germania?

L’impatto con la realtà tedesca è stato fortissimo, ma in senso liberatorio. Venivo da anni vissuti con la frustrazione tipica di chi, nel Sud Italia, sente di impegnarsi a fondo ma senza avere le stesse opportunità di altre aree del Paese o all’estero. Ero molto legato alla mia comunità, al volontariato, ai progetti sociali e alla mia web TV, che avevo avviato quando ancora nessuno parlava di contenuti online. Ma il contesto economico era troppo debole per sostenere iniziative innovative, e anche le istituzioni, pur riconoscendone l’utilità, non avevano la volontà e le possibilità concrete di supportare.

A un certo punto mi sono chiesto che futuro potessero avere i miei figli rimanendo lì. All’epoca avevano 14 e 10 anni: avrebbero dovuto spostarsi comunque per studiare e lavorare, affrontando gli stessi ostacoli che avevo affrontato io. È stato questo a farmi cambiare prospettiva. Con mia moglie ci siamo detti: “Affrontiamo noi la parte difficile, così loro potranno avere un percorso più semplice e più opportunità”.

Quando sono arrivato in Germania ho sentito subito la differenza: un sistema più strutturato, servizi più accessibili, un’idea di futuro finalmente possibile. È stato un impatto forte, ma anche chiarissimo: avevamo fatto la scelta giusta.

Qual è stato il primo impatto con la realtà tedesca appena arrivato?

Arrivare in Germania per me è stato uno shock, nel senso letterale del termine. Non avevo mai immaginato di vivere qui: conoscevo il Paese solo attraverso gli stereotipi dell’immaginario collettivo – un luogo freddo, grigio, pieno di palazzoni. E la partenza, nel febbraio 2014, non fu una scelta serena: mi sembrava di lasciare tutto alle spalle come un condannato che non decide il proprio destino.

Poi, già durante l’atterraggio a Baden, è cambiato tutto. Guardando dal finestrino mi sono trovato davanti distese immense di boschi, la foresta nera, un verde quasi travolgente. Per me, che venivo da un Salento sempre più arido e segnato dalla Xylella, è stato un impatto quasi emotivo: quel paesaggio ha ribaltato completamente la mia idea della Germania.

Quando siamo arrivati nel primo paesino dove abbiamo preso casa, ho trovato casette curate, tetti spioventi, un ambiente ordinato e accogliente. Lontanissimo da ciò che mi aspettavo. E questo ha acceso subito la curiosità: avevo tagliato ogni ponte con il passato, ero venuto per restare, quindi mi sono messo nell’ottica di esplorare, capire e apprezzare.

Sin dai primi giorni abbiamo iniziato a conoscere il territorio, a osservare e ad imparare. Ed è stato proprio questo primo impatto – sorprendente, quasi rigenerante – a darmi la forza di costruire qui la nostra nuova vita.

Com’è stato psicologicamente dover ripartire dal basso nel lavoro?

Ripartire dal basso, psicologicamente, è stato meno traumatico di quanto immaginassi. In Italia avevo alle spalle tante iniziative: alcune riuscite molto bene, soprattutto nel volontariato; altre, soprattutto nel lavoro, finite male. Questo mi aveva lasciato un dubbio costante: sono una persona capace o no?
Le giustificazioni non mancavano — il contesto economico del Sud, la politica locale, le opportunità limitate — ma il risultato era sempre lo stesso: non riuscivo a capire fino in fondo quale fosse davvero il mio valore.

Arrivare in Germania ha azzerato tutto. Mi sono ritrovato come un bambino: senza lingua, senza rete di contatti, senza punti di riferimento. Avevo solo un tetto provvisorio, grazie a mia cognata, e nient’altro. È stato proprio questo a farmi bene. Per la prima volta ho potuto misurare le mie capacità senza condizionamenti esterni, solo con le mie forze.

Lavorare da zero, in un Paese completamente nuovo, mi ha fatto capire che molte delle difficoltà avute in passato non dipendevano da me. Ho scoperto cosa so fare davvero e quali sono i miei limiti, ma l’ho fatto con lucidità e senza quel peso emotivo che mi portavo dietro.

Paradossalmente, ripartire dal basso mi ha dato una forma nuova di dignità e di serenità: mi ha permesso di rileggere i fallimenti del passato senza colpe inutili e di costruire finalmente, passo dopo passo, qualcosa che dipendesse davvero da me.

Quali sono le differenze tra il mondo del lavoro tedesco e quello italiano?

Le differenze tra il mondo del lavoro tedesco e quello italiano sono profonde, e me ne accorgo ogni giorno affiancando chi si trasferisce qui. La prima riguarda il rapporto tra datore di lavoro e dipendente: in Germania è un rapporto paritario. Quando cerchi un impiego, non stai chiedendo un favore. Tu hai bisogno di lavorare e l’azienda ha bisogno di te. Punto. Questo cambia tutto: non c’è subalternità, non c’è quell’obbligo implicito di “ringraziare” il datore restando oltre l’orario o accettando condizioni poco chiare.

Il secondo elemento è il rispetto per il tempo e la vita privata. Finito l’orario, hai finito. Gli straordinari esistono, ma vengono richiesti, non pretesi, e vengono pagati. E puoi anche rifiutarli.

Un altro aspetto è la trasparenza. Se un’azienda decide di assumerti, ti fa un contratto chiaro, completo, di solito subito a tempo indeterminato. Racconto spesso la mia esperienza: dopo poco più di un anno in Germania ho sostenuto un colloquio alle poste tedesche, con il mio tedesco ancora debole. Alla fine della conversazione, la domanda fu semplicemente: “Quando può iniziare?”. Il giorno dopo avevo un contratto full-time e stabile, senza raccomandazioni, senza concorsi, senza umiliazioni.

In Italia c’è molta più flessibilità, ma spesso si trasforma in approssimazione, in incertezza, in promesse che “poi vediamo”. Qui, al contrario, il lavoratore ha diritto a sapere subito come sarà il suo rapporto di lavoro.

La Germania non è perfetta e sta cambiando anche lei, ma il salto di qualità rispetto a ciò che ho vissuto in Italia rimane enorme: più dignità, più chiarezza, più rispetto. Ed è questo, alla fine, che fa la differenza nella vita di una persona.

In Germania hai continuato a formarti ottenendo diverse certificazioni. Quanto è importante non smettere mai di studiare per integrarsi davvero?

Studiare non è solo un modo per integrarsi: è un modo per capire il mondo in cui vivi e, soprattutto, per capire te stesso. Io ho sempre avuto questa esigenza. Leggo molto, guardo contenuti che spiegano come funziona qualcosa, evito la “TV leggera”. È una questione di indole: ho bisogno di approfondire, di sapere il perché delle cose. E più conoscenza accumuli, più si allarga la tua capacità di osservare, interpretare, immaginare.

Anche in Germania ho continuato a formarmi, ma non con un obiettivo utilitaristico. Lavoravo alle Poste: quelle certificazioni non mi servivano per fare carriera. Le ho fatte perché avevo curiosità. SEO, WordPress, video, regia… ho sempre scelto il “mare blu”, ciò che non avevo ancora esplorato. A volte sperimentare ti isola, perché gli altri non capiscono subito dove vuoi arrivare, ma è il prezzo dell’innovazione.

Poi però succede che quelle competenze diventano strumenti. Diventano possibilità. Quando ti chiamano per ruoli di responsabilità nella comunità italiana, come nel COMITES, è perché vedono quello che fai e ciò che sai. Ma soprattutto perché puoi portare qualcosa di concreto. Se non studi, non approfondisci e non ti aggiorni, arrivi con le mani vuote. Se invece alimenti il tuo bagaglio, ogni competenza può combinarne un’altra e generare qualcosa di nuovo.

Per me, quindi, continuare a formarsi non è mai stato un dovere. È stato un modo per dare senso al mio percorso e per restituire valore alla comunità in cui vivo.

Cosa ti ha spinto a creare Vivigermania?

ViviGermania è nato da un vuoto. Quando sono arrivato in Germania, la prima cosa che ho fatto è stata cercare informazioni: al Consolato, all’Ufficio Scuola, ovunque potessi avere indicazioni pratiche sul lavoro, documenti, scuola per mio figlio. La risposta, purtroppo, era sempre la stessa: “Non lo sappiamo”. Mi sono trovato completamente solo, senza una guida, senza un riferimento istituzionale o informativo. E per una famiglia che si trasferisce all’estero è una sensazione devastante.

Da lì è scattata la molla. Ho iniziato a fare da me: cercare, studiare, approfondire ogni singolo aspetto della vita in Germania. E ogni informazione che trovavo la catalogavo. È nel mio modo di essere: ordinare, strutturare, rendere chiaro ciò che è confuso. In pochi mesi quella cartella di link ha iniziato a crescere e ho capito che poteva diventare qualcosa di utile non solo per me, ma per chi sarebbe arrivato dopo.

Così, nel 2016, è nato il sito. Prima ViviStoccarda, poi ViviGermania. L’obiettivo era semplice: raccogliere in un unico spazio tutte le informazioni essenziali per trasferirsi e orientarsi, senza chiedere nulla in cambio. Nessuna registrazione, nessun filtro: solo contenuti gratuiti, organizzati in modo logico — cosa fare prima, cosa fare quando arrivi, casa, lavoro, scuola.

Nel tempo il progetto è cresciuto, si è evoluto, si è arricchito di contatti, servizi, collaborazioni. Ma la sua missione è rimasta immutata: offrire agli italiani quello che io non ho trovato quando sono arrivato qui. Una guida concreta, accessibile e affidabile per costruire una nuova vita in Germania.

E ancora oggi, anche nel mio impegno pubblico e associativo, quella stessa logica continua a guidarmi: rendere più semplice ciò che per molti è complicato.

Da semplice gruppo Facebook, il progetto è diventato un’azienda e un punto di riferimento per tantissimi italiani. Come si è evoluto il tuo ruolo nella comunità nel corso degli anni?

In realtà il gruppo Facebook non è stato l’inizio, ma una conseguenza naturale del mio modo di vivere la comunità. Quando sono arrivato a Stoccarda nel 2014 ero molto attivo sui social e condividevo riflessioni e informazioni utili. Questo ha fatto sì che Anna Calvagno, responsabile del gruppo “Italiani a Stoccarda”, mi chiedesse di collaborare come amministratore. Ho accettato perché mi permetteva di capire meglio il territorio e di costruire contatti, cosa per me fondamentale in una fase in cui non conoscevo nessuno e non parlavo tedesco.

Dopo soli due mesi ho organizzato il mio primo raduno: una semplice pizza con una trentina di persone. Ma per me è stato un passaggio chiave. Ho capito che, per vivere davvero in Germania, avevo bisogno di una comunità intorno — un luogo umano, familiare, dove ritrovare un po’ di italianità e costruire nuove relazioni.

Da lì sono nati gli incontri mensili, le feste, le gite di una giornata con panini e zaini in spalla. Iniziative semplici, ma con un senso profondo: quando ci trasferiamo all’estero svuotiamo la nostra vita di tante cose — affetti, abitudini, radici — e se non la riempiamo di nuove relazioni rischiamo di cadere in una routine casa-lavoro-televisione che alla lunga diventa sterile e triste. La comunità serve proprio a questo: a restituirci una vita più piena.

Quell’impegno spontaneo ha fatto crescere il gruppo, ha portato alla nascita di un’associazione e, parallelamente, ha rafforzato il mio lavoro informativo con ViviGermania. È anche grazie a questo percorso che ho potuto candidarmi al COMITES e mettermi al servizio della collettività con un ruolo più strutturato.

Oggi il mio posto nella comunità è cambiato, ma lo spirito è lo stesso: creare connessioni, favorire integrazione, offrire orientamento. In altre parole, aiutare gli italiani a ricostruirsi una piccola Italia intorno a sé, senza perdere il senso di appartenenza e senza sentirsi soli.

La battaglia per la Carta d’Identità Elettronica è stata una vittoria storica. Cosa significa per te aver contribuito a cambiare una legge dello Stato?

La battaglia per la Carta d’Identità Elettronica ha avuto tante sfaccettature, ma per me significa soprattutto due cose: aver semplificato un problema che sembrava impossibile da affrontare, e non essermi lasciato scoraggiare da chi mi ripeteva che “non sarebbe cambiato nulla”, che “non ero nessuno”. Ed è vero: non ero nessuno e non sono nessuno. Ma ho sempre creduto che anche una sola goccia faccia parte del mare. Se una battaglia è giusta, va combattuta, indipendentemente dal rischio di fallire.

La questione era evidente: dal 3 agosto 2026 tantissimi italiani all’estero iscritti AIRE rimarranno senza carta d’identità valida. Ho proposto il tema e la mia idea per migliorare la situazione nel COMITES, abbiamo parlato, discusso ma poi non si è mosso nulla. Non mi sono scoraggiato e coinvolgendo alcuni amici abbiamo agito da semplici cittadini proponendo una soluzione semplice, non risolutiva ma che sicuramente aiuterà molti: permettere ai cittadini AIRE di richiedere la CIE anche nei Comuni italiani. Per alcuni centri sarebbe cambiato poco, ma per centinaia di piccoli Comuni avrebbe significato tutto.

All’inizio ci hanno detto che non era possibile. Poi che era un problema del Garante della Privacy. Poi altre scuse, altri rinvii. Noi, invece, abbiamo costruito una rete: un sito, una pagina, una petizione con 1.500 firme e oltre 17.000 contatti, collaborazioni con associazioni a Londra, Barcellona e in molte altre città. Ogni volta che ci veniva opposto un ostacolo, intervenivamo sul soggetto competente. Alla fine, siamo arrivati in Parlamento, alla Camera dei Deputati, a spiegare il problema e la sua soluzione pratica.

Oggi la mia idea, la nostra proposta è stata approvata alla Camera e restano gli ultimi passaggi tecnici. Ma ormai tutti gli ostacoli sono caduti: presto gli italiani all’estero potranno richiedere la CIE anche durante le ferie in Italia.

Per me questa è una vittoria doppia. Per gli italiani, che si vedono finalmente riconosciuto un diritto essenziale. E per me stesso, perché ancora una volta ho dimostrato che quando ci si mette in gioco senza risparmiarsi si può ottenere molto più di quanto si immagina. È quello che ripeto sempre anche ai miei figli: l’unico vero limite siamo noi.

Cosa ti manca di più dell’Italia?

Forse sarò anomalo, ma non ho vera nostalgia dell’Italia. Ciò che mi manca davvero sono gli affetti: mia madre, mia sorella, i parenti più cari, gli amici, anche se nel tempo ho costruito qui in Germania un network solido negli anni, quindi non sento poi un vuoto.

Anche il cibo, croce e delizia di tutti gli italiani, io per primo, non rappresenta un problema: supermercati e ristoranti italiani permettono di mangiare bene, e io adoro anche sperimentare altre cucine.
Il mare? Solo un po’, ma razionalizzando penso a quanto poco ci si andava a Lecce durante l’anno.

Se qualcosa mi manca davvero… sono certe cose di cui faccio volentieri a meno: l’approssimazione, la disorganizzazione, la precarietà. Queste non mi mancano affatto, anzi, mi confermano quanto sia stata giusta la scelta di costruire qui una vita più stabile e ordinata.

Per concludere, dicci una cosa che ami e una che non ti fa proprio impazzire della Germania.

Una cosa che amo della Germania è la certezza del diritto: se qui ti spetta un diritto o un beneficio, non devi chiedere permessi o favori, né temere pressioni psicologiche. Diritti e doveri sono rispettati, e questo rende la vita quotidiana più chiara e sicura. È il fondamento di un sistema funzionante, dove ognuno sa cosa aspettarsi e cosa deve fare.

Dall’altro lato, ciò che non mi fa impazzire è l’eccessiva rigidità delle regole. Qui tutto funziona secondo procedure precise, ma manca spesso l’elasticità necessaria per affrontare situazioni pratiche o eccezionali. Un esempio banale è il traffico: tutti rispettano la precedenza, ma se chi ha diritto di passaggio si blocca, la situazione resta ferma, paralizzando il flusso. È il rovescio della medaglia: le regole garantiscono ordine e sicurezza, ma senza un po’ di flessibilità rischiano di diventare un ostacolo più che un aiuto.

In sintesi, amo la certezza e la struttura, ma credo che il sistema funzioni al meglio quando le regole convivono con buon senso e adattabilità.

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