Si dice Germania e si pensa subito a Berlino.
La capitale, l’unica città che potrebbe essere considerata un museo a cielo aperto. Vivere a Berlino significa inciampare nella storia recente tedesca praticamente a ogni angolo.
Scrivere e raccontarla in maniera egregia, è quello che fa da ormai 15 anni il nostro ospite di oggi, Andrea D’Addio. Fondatore di Berlino Magazine. Il punto di riferimento per il pubblico italiano che vuole comprendere la complessità e la bellezza della vita berlinese.
Ma non aggiungiamo altro, lasciamo che sia lui a raccontarci della vita a Berlino e del suo percorso lavorativo.
Andrea D’Addio: giornalista e fondatore di Berlino Magazine
Ciao Andrea! Intanto grazie per la disponibilità e complimenti per aver creato una realtà come quella di Berlino Magazine.
Facciamo un bel salto indietro. Quando ti sei trasferito a Berlino e perché?
Marzo 2009, ero già giornalista in Italia, mi occupavo però soprattutto di cinema con interviste ad attori e registi, cercavo un luogo da cui mandare proposte da freelancing riguardanti economia, geopolitica e società. Avevo studiato Scienze Politiche. Berlino era una città sempre più importante da un punto di vista geopolitico e stimolante dal punto di vista culturale. In più era economica e mi offriva la possibilità di imparare una lingua in più (parlavo già inglese, francese e spagnolo).
Come sono stati i primi giorni?
Belli, come sempre quando si ha la possibilità di scoprire da zero (ci ero stato solo in vacanza per 10 giorni due anni prima a cavallo di un Natale) una grande città. Peraltro era una Berlino ancora piena di iniziative spontanee ed economiche, ogni giorno avevo qualcosa di bello da fare, vernissage in sottoscala, feste in palazzi abbandonati, serate che non finivano mai con gente da ogni parte del mondo.
Gli shock culturali più grandi?
Avere supermercati con una qualità media così bassa, soprattutto riguardo frutta e verdura. Ora si sono alzati e anche io ho abbassato le mie aspettative, ma all’inizio fu difficile abituarsi. Ero ingenuo.
Poco tempo dopo il tuo arrivo hai creato Berlino Cacio e Pepe, la prima versione di Berlino Magazine. Cosa ti ha spinto a lanciarti in questo progetto?
È nato ad ottobre 2010. Il portale Zingarate mi commissionò un blog con taglio giornalistico. Per me divenne l’occasione per raccontare la mia vita o notizie che non riuscivo a vendere ai giornali con cui collaboravo, ma mi sembravano ottime idee. Essere pagato a pezzo, per quanto pochissimo (5€) era abbastanza per farmi pensare di stare lavorando facendo qualcosa che amavo e che comunque. mi dava qualcosa.Per fortuna con gli altri giornali prendevo di più. Non ho mai fatto un altro lavoro a berlino se non il giornalista, sono un fortunato.
Che cos’è Berlino Magazine oggi?
È il centro del mio cuore lavorativo, ma solo una piccola parte di un’azienda più grande che ho fondato nel 2014, Berlin Italian Communication, che ha al suo interno una scuola di tedesco internazionale in presenza e online, Berlino Schule, e un’agenzia di comunicazione che lavora a progetti di comunicazione sia con grandi brand italiani (Campari, San Pellegrino, etc) che con le istituzioni (Istituto Italiano di Cultura) e organizza grandi festival di cibo in tutta la Germania.
Per restare in tema giornalismo. Quanto è distante dalla realtà la narrazione della Germania che viene fatta in Italia?
In passato lo è stata di più, ricordo di quando Berlino era raccontata come l’eldorado. Ora c’è più consapevolezza, tutti hanno un amico o un famigliare a Berlino e tradire la realtà è più difficile.
Quali sono le difficoltà nel raccontare un paese straniero, quando quel paese è diventato parte di te?
Nel giornalismo un corrispondente non rimane mai troppo a lungo, servono occhi freschi per notare le differenze con il proprio paese di origine. Cerco di confrontarmi il più possibile con chi viene a Berlino da poco, neo-arrivati con cui ho conoscenze in comune o i miei tirocinanti, so però che non è abbastanza. Da un altro punto di vista però vedo le cose come tanti altri italiani a Berlino da tanto tempo, e anche loro sono parte delle persone a cui ci rivolgiamo.
Nel 2019 hai accompagnato il presidente della Repubblica tedesca Steinmeier nella sua visita di Stato in Italia. Motivo di orgoglio e un riconoscimento bellissimo per il meraviglioso lavoro che hai fatto negli anni. Che esperienza è stata?
A livello professionale, sia per il prestigio (quando mi chiamarono pensai a uno scherzo) che per l’esperienza in sé, la cosa più bella che abbia mai fatto. Steinmeier e la moglie Elke Büdenbender mi trattarono con una cordialità e naturalezza che porto nel cuore. Ho preso l’aereo di Stato con loro, sono stato a cena al quirinale, poi assieme in treno verso Napoli dove ho camminato per il centro con loro e Mattarella per il centro raccontando la mia Germania da italiano. Sono stati tre giorni di confronti e anche chiacchiere di semplice piacere che mi hanno fatto avere la percezione di aver costruito qualcosa di significativo nella vita e di potere dare un minuscolo contributo alla comprensione reciproca dei due paesi.
Ora parliamo un po’ della città. Come si vive a Berlino oggi?
Per me sempre bene, a patto di avere condizioni di alloggio stabili e che non superino, se è un affitto, il 30% dello stipendio. Sono cresciuto come la città, ho un bimbo di quasi tre anni e la città è sicuramente a misura di famiglia.
Quanto è tedesca come città?
Avendo vissuto solo qui, non sono la persona giusta per fare paragoni. Sicuramente è molto internazionale, più di ogni altra in Germania. Dall’altra parte è prussiana, e non tutta la germania lo è. C’è un forte senso di responsabilità individuale verso la collettività. Allo stesso tempo c’è tanta voglia di godersi la città, memoria di una Berlino Ovest in cui pur di non perdere cittadini lo stato assisteva molto. Ora lo stato non assiste più come prima, ma l’idea di non fare nulla tra alcuni è rimasta. Ed è anche bello così.
Cosa consiglieresti a un giovane italiano che volesse trasferirsi a Berlino?
Mettere i soldi da parte, iniziare a studiare tedesco magari online e prepararsi a uno o due anni di traslochi frequenti.
Mentre a un semplice turista?
Niente Welcome card, passeggiare il più possibile a piedi, dedicare ai musei il giusto, ma non troppo, uscire la sera.
Cosa ti manca di più dell’Italia?
L’atmosfera della colazione ai bar, la qualità di frutta e verdura ai mercati, la mozzarella di bufala fresca, la possibilità, da romano, di fare gite fuori porta in giornata che mi facciano scoprire ogni volta un posto nuovo (e la relativa cucina), il weekend al mare.
Per concludere, ti chiederei di dirci una cosa che ami di Berlino e una che invece non ti fa proprio impazzire.
Amo di Berlino il fatto che ognuno possa trovare la sua Berlino. Non mi piace – cliché dei cliché – il brontolio lamentoso alle spalle di alcuni berlinesi quando non hanno il coraggio di dirti qualcosa che non gli è piaciuto del tuo atteggiamento.