Lasciare l’università e gli affetti a vent’anni per inseguire una vita tra le nuvole richiede una dose non comune di coraggio. La storia di Emanuela, però, ci insegna che il percorso dell’espatrio non è mai una linea retta: passa dall’euforia di Barcellona alla solitudine profonda di Berlino, fino alla conquista di una nuova stabilità a Stoccarda. 

Oggi, dopo sette anni in Germania, Emanuela è assistente di volo, mamma di un bimbo trilingue e voce sincera su Instagram (@ema_doingthings), dove smonta la narrazione del ‘sogno estero’ perfetto per raccontarne la reale complessità. Scopriamo come ha trasformato le difficoltà in punti di forza.

Ciao Emanuela. Intanto grazie per il tuo tempo e la disponibilità.

Raccontaci un po’ della tua vita prima di trasferirti in Germania

Prima di trasferirmi in Germania vivevo a Barcellona, dove lavoravo come assistente di volo. Nonostante amassi profondamente la città e lo stile di vita spagnolo, sentivo il bisogno di un cambiamento a livello professionale: volevo cambiare compagnia aerea. La scelta migliore in quel momento mi sembrò EasyJet, che offriva una base a Berlino; l’accordo prevedeva un anno di tempo per imparare il tedesco e raggiungere almeno il livello B1. Così ho fatto le valigie e mi sono trasferita, partendo letteralmente da zero con la lingua.

Cosa ti ha spinta a fare questo passo?

Sinceramente, non so se avrei mai scelto la Germania se non avessi conosciuto a Barcellona il mio attuale marito. Lui è franco-tedesco e viene dal sud della Germania. Quindi, con la ‘scusa’ del lavoro a Berlino, ho colto l’occasione per avvicinarmi a lui.

Com’è stato il primo impatto e quali sono state le difficoltà maggiori?

Il primo impatto è stato scioccante. Non dimenticherò mai la mia prima estate tedesca: era AGOSTO, pioveva a dirotto e io indossavo jeans, anfibi e giacca a maniche lunghe, whaaaat?
Venendo dalla Sicilia e avendo vissuto a Barcellona, non riuscivo a concepire un’estate con la pioggia! Poi, naturalmente, c’è stato lo shock culturale, ad esempio la durezza delle persone quando provavo a parlare con loro in inglese e non in tedesco, perché appunto non lo parlavo per niente. O per esempio, come persone della mia età, avessero l’agenda sempre piena per l’intera settimana e il semplice incontrarsi per un caffè in modo spontaneo, non era per niente fattibile per loro! Se non pianificandolo con una settimana in anticipo. Questo mi ha fatto sentire estremamente sola…

Com’è stato vivere un periodo come quello del COVID in un paese nuovo?

Devo dire che a Berlino il COVID sembrava quasi inesistente: i parchi erano pieni e la gente faceva tranquillamente la fila in gelateria. Io ho cercato di rispettare il più possibile le linee guida e restare a casa, ma la percezione generale era meno rigida che altrove. Nonostante per molti la pandemia sia stata un duro colpo, nel mio caso paradossalmente ha aiutato. Il mio fidanzato mi ha raggiunta a Berlino potendo lavorare in smart working, permettendoci di annullare finalmente le sei ore di distanza che ci separavano. Da eterna ottimista, nonostante la perdita del lavoro a causa della pandemia, l’ho vista come un segno: era arrivato il momento di lasciare Berlino, una città che non ero mai riuscita a chiamare davvero ‘casa’.

Dopo Berlino ti sei trasferita a Stoccarda. Che differenze hai notato tra le due città?

In realtà, tra le due c’è stata una parentesi a Strasburgo, in Francia. Mi sono trasferita lì insieme al mio fidanzato e finalmente abbiamo concluso il capitolo della relazione a distanza eravamo lì grazie al suo lavoro. Lì vicino, frequentavo l’Integrationskurs (corso di integrazione) appena oltre il confine tedesco. Facevo la babysitter, ma sentivo che quella vita fatta di solo studio non mi apparteneva; aspettavo solo che le compagnie aeree ricominciassero ad assumere. Quando è successo, ho fatto il colloquio per Eurowings e ci siamo trasferiti a Stoccarda.

Berlino è enorme, vibrante e internazionale, una città dove non ci si annoia mai ma che può risultare molto ‘dark’. Stoccarda è più piccola, a tratti noiosa, ma molto più vivibile e raccolta. Non dimenticherò mai che a Berlino, per incontrare un’amica , dovevo mettere in conto almeno 45 minuti di mezzi pubblici; a Stoccarda è tutto molto più semplice.”

Ora raccontaci un po’ del tuo lavoro. Com’è la giornata tipo di un’assistente di volo?

Si inizia nella Crew Room per il briefing: si discute dei voli della giornata, del meteo, di eventuali turbolenze e del tipo di servizio a bordo. Verifichiamo il numero dei passeggeri e la presenza di persone con mobilità ridotta o neonati. Una volta in aereo, eseguiamo i controlli di sicurezza. Oltre a quello che vedono i passeggeri, il nostro compito principale è la sicurezza.

Gestiamo emergenze mediche più spesso di quanto si pensi e siamo addestrati per il primo soccorso e per le emergenze tecniche, come un principio di incendio nei forni. Non siamo ‘cameriere ad alta quota’, ma professioniste della sicurezza pronte a intervenire in situazioni critiche.

Dopo l’ atterraggio, una piccola sistemata ai sedili e si ricomincia con un altro volo. Io ho sempre lavorato sulle tratte brevi quindi un minimo di due e un massimo di quattro voli al giorno ogni tanto mi capitava anche qualche layover (sosta) di due giorni a Palma de Mallorca, che adoravo!

Una delle cose che amo di più di questo lavoro è l’infinità di sconti per compagnia aeree di quasi tutto il mondo, e questo è ciò che mi ha permesso di viaggiare più di tutti, nonostante io abbia sempre lavorato sul breve raggio.

Com’è stato superare il colloquio di lavoro interamente in tedesco?

È stata una delle sfide più grandi della mia vita! Imparare il tedesco da adulti è ostico. Affrontare giochi di gruppo e domande tecniche in lingua durante la selezione è stato estenuante; a ogni step temevo di essere esclusa. Nonostante avessi già esperienza con altre due compagnie, lo scoglio linguistico era enorme.

Entrare in Eurowings è stata una soddisfazione immensa, ma anche una sfida continua: essere l’unica straniera in un team di colleghe tedesche in un contesto meno internazionale rispetto a EasyJet mi ha messa alla prova. Volevo essere presa sul serio nonostante il mio tedesco non fosse ancora perfetto.

Oggi sei mamma. Com’è crescere un figlio in un contesto multilingue?

Lo trovo speciale. In casa convivono tre lingue: io parlo italiano con il piccolo, mio marito tedesco e i nonni paterni francese. Ogni giorno è una scoperta: in che lingua sarà la sua prossima parolina oggi ? Al momento il tedesco è la sua lingua principale, seguita dall’italiano. Per me è tutto nuovo, venendo da una realtà siciliana monolingue, mentre mio marito è cresciuto lui stesso bilingue. È un regalo meraviglioso per il suo futuro.

Che differenze noti nell’approccio alla genitorialità e ai servizi per l’infanzia in Germania?

Amo la Germania per questo. Ci sono tantissime attività: dai corsi di nuoto neonatale ai
Krabbelgruppe (gruppi di gioco) e i Mamatreff (incontri per mamme). Qui molte donne hanno il lusso di poter restare a casa i primi anni grazie ai sussidi statali, senza l’obbligo di rientrare subito al lavoro come spesso accade in Italia. Poter essere pagata per crescere mio figlio è un supporto impagabile!

Raccontaci un po’ del tuo profilo su Instagram. Cosa ti ha spinta ad aprire il tuo profilo Instagram?

Ho iniziato da poco a condividere video sulla mia esperienza, parlando soprattutto di solitudine e di come trovare amici in Germania, ma anche della bellezza di crescere un figlio qui e delle differenze con i servizi italiani. Ma il motivo principale che mi ha spinta a fare i video è stato, perché volevo incoraggiare chi, come me, viene da un piccolo paesino e sogna di scoprire il mondo. Voglio mostrare che, nonostante le paura di trasferirsi in un paese diverso e la difficoltà di integrazione, ‘buttarsi’ è l’unico modo per crescere e scoprire la propria forza.

Quale consiglio daresti a chi si sente “fuori posto” in Germania?

Mi sono sentita spesso fuori posto, soprattutto a causa della lingua: a volte ti senti ‘stupido’ perché non riesci a esprimere il tuo valore accademico o lavorativo come vorresti. Il mio consiglio è: non identificatevi con la vostra capacità di parlare la lingua attuale. Il vostro valore resta intatto, la lingua è solo uno strumento che arriverà con il tempo e non abbiate paura di sbagliare.

Per concludere, dicci una cosa che ami della Germania e una che non ti fa proprio impazzire

Amo quanto sia family-friendly. Quello che invece non mi fa impazzire è la mancanza di flessibilità di molte persone; dalle regole rigide che prevalgono sull’empatia, al cambio piani all’ultimo minuto che crea disagio.


Grazie mille a “vita in valigia” in particolare a Gëzim per avermi dato l’opportunità di farmi
conoscere attraverso questa intervista!


Noi ringraziamo Emanuela per il suo tempo e vi invitiamo a seguirla su Instagram, qui trovate il suo profilo.