Giornalista, scrittrice e autrice di contenuti: la storia di Valentina Linzalata

Decidere di trasferirsi in un paese straniero non è mai una decisione semplice.

Nonostante all’inizio in molti idealizzano il paese nel quale stanno andando a vivere, poco tempo dopo arriva la doccia fredda.

Cultura, lingua e realtà completamente differenti, per molti diventano un ostacolo impossibile da superare. Per altri, invece, un trampolino di lancio, grazie al quale superare qualsiasi sfida.

L’ospite di oggi, rientra decisamente nella seconda categoria. Valentina è tante cose: giornalista freelance, creatrice di contenuti online, scrittrice e… forse anche altro. Nel caso sarà lei a dircelo.

Tranquilli, non vi spoileriamo niente. Lasciamo subito la parola a lei.

Valentina Linzalata: la sua storia

Ciao Valentina! Intanto grazie per la tua disponibilità e complimenti per il percorso lavorativo e personale che hai fatto in Germania.

Facciamo un bel salto indietro.

Che ne dici di parlarci del tuo percorso scolastico?

Mi sono diplomata al liceo socio-psico-pedagogico a Torino e poi sono partita per Milano per laurearmi in Giurisprudenza alla Statale. Sembrava andasse tutto bene, fino a quando non ho dovuto sostenere Diritto Privato 1, un esame di sbarramento. Inizialmente ero tranquilla, avevo già dato otto esami, quindi non era una materia nuova. Ma il privato proprio non mi entrava. Dopo la quinta volta, il professore mi ha svelato il mio problema: secondo lui non ero fatta per difendere la legge, ma per raccontarla. Mi ha consigliato una nuova facoltà alla Cattolica, “Linguaggio dei media”.

Lo ringraziai e, non avendo passato neanche quella volta l’esame, andai dritta in segreteria: feci la rinuncia agli studi e mi iscrissi a “Linguaggio dei media”. Successivamente ho frequentato altri corsi di specializzazione, come il BeFF a Stoccarda. Per questa professione è necessaria una formazione continua.

Com’è stato l’approccio con il lavoro in Italia dopo la fine degli studi?

Ho sempre lavorato, anche durante l’università. Il mio primo contratto con un giornale l’ho firmato prima ancora di laurearmi. Mi occupavo di cronaca nera per Torino Cronaca. Ricordo che mi pagavano pochissimo e che il giornalismo, almeno in quella redazione, non era affatto etico. Per questo la mia esperienza lì è durata meno di un anno.

Ho deciso di lasciare una professione che amavo pur di non rinunciare ai miei ideali, e per non scendere a compromessi con logiche e ideologie che non condividevo, tutto per un pugno di euro.Poco dopo sono stata assunta da una cooperativa sociale che si occupava del reinserimento lavorativo delle detenute del carcere Le Vallette di Torino. Lavoravo direttamente nelle celle, ero giovanissima.
È stata un’esperienza che mi ha formata moltissimo, sia a livello umano che professionale.

Nel 2009 sei stata premiata come giovane talento italiano. Ci racconti com’è andata e cosa ha significato per te ricevere un premio così prestigioso?

Una vita fa. Lavoravo per una cooperativa sociale come project manager. Mi occupavo di progetti, ma anche di eventi, promozione e comunicazione. Mi resi conto che tutti gli eventi intorno a me avevano un forte impatto ambientale, così pensai di crearne uno di denuncia, a basso impatto. Che parlasse e facesse parlare di questo.

Non ero nessuno, non avevo soldi e nemmeno la cooperativa era dalla mia parte. Allora chiesi aiuto a Eataly, Fiat e al Comune di Torino, riuscendo a trovare i fondi e lo spazio per l’evento “Io Parlo Eco”. Ovviamente non feci tutto da sola: avevo tre persone stupende al mio fianco che colmavano le mie lacune.

Tra i progetti del 2009 fu selezionato anche il mio, insieme a quelli di altri ragazzi che facevano cose meravigliose. Sinceramente mi sentivo fuori posto: rispetto a loro non pensavo di aver fatto molto. Sicuramente quel riconoscimento mi diede la forza di credere nelle mie idee. Sono convinta che se una cosa è giusta, bisogna farla: il resto si sistema strada facendo.

Cosa ti ha spinto a trasferirti in Germania?

La ricerca di stabilità. Avevo 32 anni e facevo due lavori: call center per pagare le bollette e freelance per nutrire l’anima. Il matrimonio ci ha dato un piccolo gruzzolo che ci ha permesso di iniziare una nuova vita, così ci siamo trasferiti, lasciando lavoro e affetti.
La spinta è stata il desiderio di una stabilità che l’Italia, in quel momento, non sembrava potermi offrire.

Come sono stati i primi giorni in Germania?

Complicati. L’inglese non bastava e il lavoro non ci è piovuto addosso. Per non parlare della casa… senza casa non puoi aprire un conto e senza conto non ti danno una casa. Mio marito, che in Italia era manager, è diventato operatore al call center, io cameriera.
Abbiamo dovuto fare un corso intensivo di tedesco, convivendo con la paura di non riuscire a trovare nulla. Abbiamo studiato e siamo ripartiti da zero.

Un signore, arrivato in Germania 70 anni fa, mi disse: “I soldi in Germania sono per terra: solo se sei disposto a piegare la schiena – nel senso di lavorare sodo e senza snobismo – puoi raccoglierli”. Aveva ragione. La Germania può darti tanto, ma devi lavorare per ottenerlo.

Il Covid ha giocato un ruolo importante nel tuo percorso lavorativo. Ci racconti cosa ti ha spinto a ritornare a fare la giornalista?

Nel 2020 lavoravo per un’azienda giapponese che, a causa del Covid, mi ha lasciata a casa. Il mio contratto, che scadeva a fine febbraio, non fu rinnovato. A settembre mi richiamarono, ma ero ormai molto incinta. Vedevo medici e infermieri fare turni doppi e desideravo essere utile, ma non ero un virologo. Poi ho pensato a chi ero davvero.

Così ho iniziato a raccontare e spiegare leggi e decreti agli italiani all’estero: zone, norme, aggiornamenti. Senza accorgermene, avevo ricominciato a fare il mio lavoro. Collaboravo con giornali in Italia, fornendo informazioni sulla situazione, e scrivevo anche per giornali e blog in Germania.

Cosa significa essere giornalista freelance in Germania?

Significa svegliarsi e chiedersi di cosa vogliano parlare le testate, mandare proposte e aspettare una risposta. Essere freelance non vuol dire scrivere solo per il paese in cui vivi: scrivi per tutto il mondo.Quando ci fu l’ultimo attacco terroristico a Monaco, girai dei video che furono pubblicati in Svizzera e in Brasile. A volte mi occupo solo di ricerca o di fact-checking: è un lavoro invisibile, senza visibilità né firma.In ogni caso, è più facile diventare giornalista in Germania che in Italia, dove il sistema è decisamente più chiuso.

Ovviamente, per scrivere su un giornale tedesco serve conoscere la lingua a livello madrelingua. Io scrivo solo in italiano e in inglese.Alla fine, essere giornalista in Germania o in Italia è abbastanza simile. Forse l’unica vera differenza è il tesserino.Per ottenere quello tedesco, ho dovuto presentare una serie di articoli scritti e un certificato redatto dal mio commercialista in cui si attestava che almeno il 60% dei miei introiti personali derivavano dall’attività giornalistica. Con quei documenti ho potuto iscrivermi al sindacato.

In Italia è molto più complicato, perché si è iscritti a un Ordine, come quello degli avvocati o dei commercialisti. Bisogna presentare gli esami sostenuti all’università, la laurea, le lettere dei direttori, tutti gli articoli scritti nel corso della propria carriera e, se si soddisfano tutti i requisiti, si accede all’esame di Stato.Devo ammettere che ricevere il tesserino da giornalista professionista in Italia è stata una grande gioia e una soddisfazione personale… più ancora della press card tedesca. Era un mio obiettivo.

Tu racconti la Germania, e non solo, tutti i giorni. Quanto pensi sia distorta dalla realtà l’idea che si ha in Italia della Germania?

Molto distorta. Le conferenze stampa vengono tradotte senza considerare il contesto. Le parole cambiano a seconda di chi le pronuncia e di come lo fa. Non si tiene conto della cultura, della storia o dello slang.
In Italia c’è la tendenza a evidenziare i difetti di un altro Paese, quasi per giustificare le proprie mancanze. Spesso si tratta di ipotesi, non di dati reali. Sulla legge del debito, ad esempio, in Italia si è scritto di tutto, senza considerare che qui in Germania non avere debiti è un fatto culturale, radicato ben prima della Seconda Guerra Mondiale.

Il mondo è diverso, e diversa è anche la percezione del reato. In Germania, per esempio, non esiste il reato di associazione mafiosa inteso come reato specifico come il 416-bis italiano, ma c’è il §129 StGB sull’associazione a delinquere, applicabile anche alle mafie. Per anni è stato poco usato in questo ambito, ma è stato rafforzato, e dal 2016 la Germania può perseguire la partecipazione a organizzazioni mafiose grazie all’adozione dell’accordo quadro europeo. Restano però differenze culturali e giuridiche: qui l’accento è spesso posto sul singolo reato (come traffico o riciclaggio), più che sull’organizzazione nel suo insieme. Quindi, tutto ciò che riguarda la mafia e i relativi traffici viene gestito in maniera diversa. Questo non significa che non sia un reato, ma la percezione che se ne ha leggendo i giornali può essere quella che la mafia qui non esista. Quando invece c’è eccome.

Un altro effetto positivo del Covid sulla tua vita, è stato quello di farti decidere di scrivere un libro. Parlacene un po’.

Sempre con l’intento di aiutare, in quel periodo parlavo molto con persone che soffrivano per motivi diversi. Tra queste, una mia amica, a cui raccontavo storie e aneddoti per farla stare meglio. Un giorno mi disse che forse ciò che dicevo a lei avrebbe potuto essere utile anche ad altri, e mi suggerì di provare a metterlo su carta. Così è nato Scegli di Brillare.

È una raccolta di riflessioni su come la mente, a volte, possa giocarci brutti scherzi e su come, cambiando l’idea che abbiamo di noi stessi, possiamo iniziare a brillare. Non sono né psicologa né coach: sono semplicemente una persona che ha riflettuto su questi temi e ha deciso di condividere i propri pensieri.

Sei giornalista, scrittrice, creatrice di contenuti e se ci siamo persi qualche pezzo aggiungilo pure. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi nell’essere una persona multi potenziale?

Alla fine faccio sempre la stessa cosa: comunico. Che sia con la penna o con la voce il messaggio deve arrivare. Non credo di essere multipotenziale ma ciò che sono ha i suoi pro e i suoi contro.

Il contro? Devi inventarti sempre qualcosa. Nessuno ti dice cosa scrivere, cosa dire, come dirlo. Se hai un blocco creativo… sei fritta. Nessuna mail che ti salva con oggetto “brief urgente”. Solo tu e il cursore che lampeggia e il silenzio.

Il pro? Arrivi a più persone, riesci a essere utile, magari anche a farli sorridere qualche volta. Diventi quella “faccia amica” che li informa. Ah, e da novembre dovrei anche diventare “presentatrice”: mi hanno proposto di condurre una serata istituzionale dal vivo. Sempre comunicazione, eh. Solo con un microfono in più… e magari un po’ di ansia in diretta!

Come ti trovi in Germania dopo quasi dieci anni?

Bene, mi sono sempre trovata bene. Se così non fosse, sarei tornata indietro. Non ha senso lasciare un Paese per stare peggio.
Ho molti amici qui, di nazionalità diverse. Sono integrata nella vita tedesca e mi sento a casa.

Cosa ti manca di più dell’Italia?

L’idea di poter andare a pranzo la domenica dai nonni con i miei figli. Mi mancano quei momenti di vita familiare che per me erano importanti. Sono di Torino, quindi non mi mancano né il mare né il bel tempo… ma la famiglia, quella sì.

Per finire, ti chiederei di dirci una cosa che ami della Germania e una che invece non ti fa proprio impazzire.

Amo il modo di fare dei tedeschi: ti salutano se incrociano il tuo sguardo, accendono la griglia anche a gennaio e, appena vedono un raggio di sole, si mettono fuori in maniche corte con una birra ghiacciata. Quello che proprio non sopporto è la loro rigidità mentale: se esiste un altro modo per fare una cosa, perché non prenderlo in considerazione? Un po’ di flessibilità farebbe bene a tutti, anche nella vita.E poi… i francobolli! Credo di aver speso più in affrancature che in abbonamenti internet. Siamo nel 2025, possibile che per ogni documento serva ancora una lettera cartacea? Esistono l’e-mail, la PEC… insomma!

Noi siamo arrivati alla conclusione dell’intervista.

Ringraziamo Valentina per averci dedicato il suo tempo.

Noi ci vediamo alla prossima intervista!